Ricordo di Michele Valori 

di Leonardo Benevolo, da "Città e Società" (ottobre - novembre 1980) 

 Leonardo Benevolo (1923-2017)

Leonardo Benevolo (1923-2017)

Solo davanti all’oceano Atlantico, nell’altro emisfero, richiamo alla memoria l’amico scomparso un anno fa.Ho incontrato Michele Valori nel novembre del 1941, al primo giorno di scuola nella Facoltà di Architettura di Roma,: un ragazzo piccolo e sorridente, che sembrava truccato da adulto con un paio di baffi neri. Aveva maniere sicure e disinvolte, e conosceva già tutto e tutti. Ho appreso che era figlio di Aldo Valori: lo scrittore conosciuto e amato già da bambino per il libro I Grandi Capitani, che adesso faceva i “commenti ai fatti del giorno” e entrava con la sua voce pacata nelle case di tutti. Michele aveva una voce molto simile, con una raffinata cadenza toscana e un vocabolario ricco, che gli permetteva di parlare con proprietà di ogni cosa.

 Michele Valori nel suo studio

Michele Valori nel suo studio

Abbiamo fatto amicizia quasi subito, e ho frequentato qualche volta la sua casa in Viale Medaglie d’Oro. Ho intravisto le sue numerose attività di quando era studente liceale: i disegni, le poesie, ( ricordo una che aveva per ritornello “fumo una sigaretta”). Io che venivo dalla provincia ammiravo soprattutto la sua cultura cittadina. Il campo dove era più informato era la storia del Risorgimento italiano, qui, come ho capito dopo, era anche il fondamento della sua ambizione architettonica:  riconoscere i caratteri costitutivi della società italiana post-universitaria, e inventare per questa società uno “spazio all’italiana”, specifico e al passo con la cultura internazionale.

Nei primi due anni di scuola, dal ’41 al ’43, vivevamo in un seminterrato della Facoltà di Valle Giulia, isolati dal mondo e spauriti dagli avvenimenti della guerra. Ogni tanto un nostro compagno più grande partiva per un fronte lontano e non se ne sapeva più niente. Un vecchio generale cieco ci faceva lezioni di “cultura militare” con il tono ispirato di Carlo Delcroix, e ci parlava della bellezza della guerra “igiene dei popoli”. Noi eravamo alle prese con difficoltà immediate e pedestri: dovevamo fare grandi disegni a matita sulla carta bianca, copiando le fotografie di Alinari, e scrivere su questi il nostro nome in lettere romane dell’età augustea. Michele diventava stranamente disarmato di fronte a questi ostacoli. Ricordo che ha impiegato più di un mese a scrivere Michele Valori, e che ha ripetuto parecchie volte l’esame di geometria descrittiva, manifestando anche propositi di interrompere gli studi. Ma fin da prima era vulnerabile: mi ha confidato poi , quando era laureato, che faceva un sogno ricorrente: un suo professore di liceo o avvertiva che non aveva superato l’esame di greco, e che tutti i suoi successivi, compresa la laurea, erano ancora condizionati a quell’esame.Credo che non sopportasse di dover essere giudicato, per orgoglio o per insicurezza.Io invece, con una preparazione culturale tanto inferiore, ero bravissimo e sicuro agli esami, e lui mi ammirava per questo. La nostra amicizia è nata da questa reciproca stima, senza desiderio di competizione.Il segno della sua amicizia era quello di lasciar cadere –per poche persone – la sua suscettibilità ombrosa: io avevo persino il diritto di canzonarlo per la sua piccola statura, su cui da nessuna accettava allusioni. Quando, parecchi anni dopo, mi ha detto di voler comprare un’automobile enorme – perché aveva manie di grandezza –gli ho risposto che così sarebbe vista una Mercedes che girava da sola per Roma, e mi sono pentito subito: ma lui ha accolto l’osservazione con una gran risata.

Dal ‘43 al ’45 sono rimasto in montagna nel Nord, e ho perso di vista i miei compagni di università, irraggiungibili al di là del fronte. Quando sono tornato a Roma nei primi giorni di maggio,  ho capito, rivedendoli, l’importanza dei rapporti che mi legavano a loro, e abbiamo vissuto insieme un altro momento capitale della nostra vita: il ritrovamento della pace, della libertà di movimento e di parola,  della vita democratica, alle soglie di un futuro sconosciuto. Tutto andava male, mancavano i soldi, il lavoro, la casa, i treni, gli autobus, il riscaldamento, ma le nostre forze erano integre e ogni cambiamento sembrava possibile.Michele soffriva le difficoltà della famiglia per i trascorsi fascisti di suo padre, ma sembrava cresciuto e fortificato. La sua scelta culturale, per l’architettura moderna era già decisa e argomentata, e io, come molti altri, ho ricevuto da lui la spinta decisiva. Nella Facoltà e nel paese l’architettura accademica teneva ancora banco, e così avevano anche il gusto di comparire come una minoranza politica. Frequentavamo insieme le persone più anziane che avevamo scelto come maestri – Ridolfi, Quaroni – organizzavamo in Facoltà conferenze sull’architettura moderna degli anni trenta – Michele ha illustrato la casa del fascio di Como di Terragni, dichiarando il suo affetto per questo architetto appena morto -  e facevamo con grande impegno progetti dimostrativi che non volevamo presentare ai nostri professori ma a una mostra del centro studi autonomo degli studenti intitolato a Giorgio Labò.

Valori e Melograni hanno progettato un caffé in un parco, ioe Rotondi una mensa popolare. Eravamo naturalmente collegati agli architetti moderni un po’ più anziani di noi, e ci siamo scritti all’Associazione per l’Architettura Organica promossa da Bruno Zevi, ma non ci sentivamo del tutto a nostro agio, percependo nel dibattito delle tendenze (architettura nazionalista e architettura organica) un persistente spirito eclettico.Gli aggettivi, e la disinvoltura dei critici nell’applicarli, ci davano fastidio,: per parte nostra ci attenevamo allo studio filologico dei maestri ( Le Corbusier, Mies van der Rohe, e soprattutto l’amatissimo Gropius, nel cui tono ragionevole e comprensivo trovavamo la vera innovazione culturale; quando uno di noi faceva una cosa ben riuscita, l’esclamazione d’uso era: “Gropius!”), dell’architettura degli ultimi anni trenta -  interpretata da molti in termini di cambiamento di tendenza – il quadro giusto ci sembrava quello del libro di Roth, La nouvelle architecture: continuità metodologica e ampliamento della rosa di esperienze. Del Roth ammiravamo anche il rigore della presentazione grafica, e di là capivamo le tecniche per fare i nostri disegni. Michele era il più bravo di tutti noi, e non avevamo dubbi che sarebbe diventato uno dei protagonisti dell’architettura italiana del futuro. Nel progetto presentato all’esame di composizione del terzo anno, nel 1946 – una casa di abitazione unifamiliare – si è espresso compiutamente per la prima volta , meravigliando anche noi. Anche lui era soddisfatto e dimenticava le sue paure, dissertando con estrema sicurezzaal tavolo con gli insegnanti.  Ma poi negli ultimi esami scientifici ricominciava a pasticciare: la sua ultima bestia nera è stato un terribile professore di topografia, che lo terrorizzava. Infatti mentre io e altri ci siamo laureati in tempo alla fine del 1946, lui ha aspettato ancora qualche anno, e nel progetto di laurea – che allora si faceva in aula in una settimana – ha ancora sbaragliato il campo. Era una piscina coperta con una volta sottile, per cui io gli ho procurato, sottobanco, un modello calcolato da Finsterwalder, che ha fatto sensazione nella discussione finale. Dopo la laurea io, Michele e Giampaolo Rotondi abbiamo lavorato per un periodo insieme; lavorare voleva dire partecipare ai concorsi, senza guadagnare un soldo. Come studio avevamo uno stanzone nella sartoria di della madre di Rotondi a Via Veneto, dove si arrivava facendosi largo fra le stoffe e i lavoranti. Poi il bisogno economico ha indotto me e lui a impiegarsi all’Immobiliare, dove abbiamo disegnato concoscienzaprogetti negli infimi ranghi dell’ufficio. Ricordo bene Michele che illustrava i suoi precisi disegni esecutivi a un capo ufficio perplesso. Lui però ha resistito poco, e nel ’49 è uscito, per partecipare al primo concorso dell’INA –CASA,  che , che lo ha inserito finalmente nel mondo del lavoro. Il suo progetto di concorso conteneva una vera invenzione tipologica – uno snodo di tre alloggi intorno a una scala triangolare, così gli elementi costruttivi popolari allora consueti – muri portanti, finestre in legno, persiane, tetti a tegola –  risultavano organizzati con logica impeccabile e nello stesso tempo conricchezza di articolazioni volumetriche. Quando poi Michele è entrato con Ridolfi, Quaroni, Fiorentino e Gorionel gruppo per il quartiere Tuscolano, il suo snodo è stato adottato come articolazione ricorrente dei corpi di fabbrica, che dà un ordine accettabile all’insieme.

Negli anni cinquanta, Michele ha sviluppato queste ricerche in numerosi progetti, fra cui spiccano i due villaggi progettati per i dintorni di Matera: La Martella, con gli stessi compagni, e torre Spagnola (non eseguito) con Federico Gorio. Credo che nessuno abbia condotto più a fondo la ricerca per la qualificazione moderna delle strutture povere senza allentare nemmeno di poco il rigore metodologico imparato dai maestri. Purtroppo le realizzazioni convalidano solo in parte questo impegno. Infatti il progetto di Torre Spagnola – che contiene la migliore invenzione di tutto il “neorealismo” italiano, cioè lo splendido disegno della chiesa parrocchiale – non è stato eseguito. In quel periodo Michele lavorava per conto suo a vari progetti di chiese che lo interessavano profondamente come cattolico e come studioso dell’architettura tradizionale italiana: alcuni avevano una molteplicità di cupole che mi lasciavano perplesso. A metà degli anni cinquanta i nostri interessi hanno incominciato a differenziarsi. Io mi dedicavo sempre a scrivere, ero diventato professore di Storia dell’Architettura, e avevo cominciato a comporre per Laterza “La storia dell’Architettura moderna”, anche se collaboravo con Valori e Rotondi in qualche progetto minore, per non restare senza soldi. Michele aveva le stesse necessità, ma concentrava tutte le sue energie nella realizzazionedi uno studio professionale serio, che ha finito per diventare il luogo della sua realizzazione personale esclusiva, e ha raggiunto il suo scopo dopoanni di privazione. La qualità professionale del lavoro diventava un obiettivo a sé stante, che gli dava finalmente sicurezza in ogni senso (umana, sociale, economica)  e per cuisacrificava in certa misura le altre sue ambizioni. L’inventiva architettonica, lo studio, la produzione scritta. Abbiamo discusso molte volte di questo, e io gli ho anche rimproverato talvolta le sue capacità inutilizzate. Ero incoraggiato nel vedere che i miei amichevoli rimproveri gli facevano piacere, e che il suo programma di lavoro restava quello di un ragazzo che ha molti anni davanti a sé, quindi riserva al futuro le cose che non riesce a fare nel presente.

Uno dei motivi di irritazione, che lo allontanavano dal campo degli studi, era il suo insuccesso come docente universitario: è rimasto per un tempo immemorabile assistente di Urbanistica, poi ha avuto un incarico a Cagliari, e solo negli ultimi anni è riuscito a tornare a Roma e diventare ordinario, a cinquant’anni passati. Si ripeteva l’insicurezza della sua carriera scolastica, e lui ne soffriva come di un fatto personale. Invece era la cultura italiana organizzata che si modificava in modo da non avere più posto per lui, perché le sue doti di precisione, di rigore, dicompletezza erano facilmente sopravanzate dalla disinvoltura parolaia dei concorrenti. Ad ogni modo adempieva scrupolosamente i suoi doveri universitari, e ricavava un conforto dalla stima degli allievi, che non gli è mai venuta a mancare. In queste incertezze di indirizzo, c’era un punto fermo: il suo profondo interesse ed affetto per la città di Roma. Infatti tra il 1955 e il 1962 Michele ha dedicato almeno metà delle sue energie alla preparazione del nuovo piano regolatore di Roma, e chi farà la storia di questa operazione lo riconoscerà come una delle figure decisive, sia nella elaborazione iniziale, sia nel recupero dopo il fallimento del 1959.

Per la sua giovane età era tagliato fuori dal gruppo di progettazione del 1955 – dove le personalità dominanti erano Quaroni e Piccinnato – ma ha fatto parte della “grande commissione” che doveva seguir ei lavori, e ha dato in quella sede, un contributo determinante. Io e lui abbiamo poi organizzato – dopo il rifiuto del piano della giuntadi centro destra del 1959 – i tre numeri speciali di “Urbanistica” dedicati a Roma, e ci siamo divisi i capitoli della cronistoria. Il commento finale che lui ha scritto – Fare del proprio peggio – dà il tono a tutto il dibattito, ed è probabilmente il miglior scritto italiano di urbanistica di tutti gli anni cinquanta: precisione, tecnica, chiarezza, di indirizzo e passione civile sono combinati in modo eccezionale, e anche la scrittura – di straordinaria felicità letteraria – dà finalmente una misura adeguata delle sue capacità. Gli ho sempre citato quel testo come argomento dei miei rimproveri. Chi meglio di lui avrebbe potuto scrivere una storia delle città italianedopo l’unità o un manuale di urbanistica, o una storia di Roma moderna.

Nel 1961, sotto il primo governo di centro-sinistra, la sua personalità  è abbastanza conosciuta per entrare nel nuovo gruppo di progettazione incaricato di rifare il Piano, e sono sicuro che in quella sede lasua maturità di giudizio – oltre alla sua capacità di lavoro concreto –hanno contato almeno alla pari coi due più anziani maestri, che del resto avevano con lui una lunga consuetudine. Oggi riconosciamo i limiti di questo tipo di pianificazione indeterminata delle previsioni e inadeguata negli strumenti, ma l’importanza storica del piano di Roma insieme a quello di Firenze di Detti e La Pira, e a pochi altri – è fuori discussione: per la prima volta la cultura accademica è stata estromessa dai piani delle grandi città, e compare negli strumenti ufficiali un disegno moderno, sebbene ancora dimostrativo, e non operante nei meccanismi concreti.

Dopo i primi anni sessanta mentre le aspettative del centro-sinistra si esauriscono, anche gli impegni pubblici di Valori si diradano, e lo studio lavora prevalentemente per i privati e per l’estero. In ambedue i campi si manifesta una contraddizione: nei lavori privati, fra le ambizioni dell’architetto e l’esiguità dei termini proposti dai committenti (ricordo una palazzina realizzata per i Beni Stabili a Poggio Ameno: l’androne e il piccolo cortile interno sono definiti con una cura puntigliosa, adoperando una dovizia di termini architettonici sproporzionataal tema; nei lavori all’estero, fra la proprietà tecnicasempre impeccabile e la genericità dell’approccio culturale Michele Valori aveva collocato una volta per tutte il suo interesse alla realtà italiana, e avrebbe dato la piena misura di sé se gli fosse stata affidata qualche importante sistemazione pubblica: ma ormai era emarginato da questa realtà. Del resto lo studio era il suo guscio in cui si sentiva difeso: qualunque cosa stesse facendo: le grandi stanze bianche e ordinate, le cose allineate sui tavoli, i collaboratori scelti da molto tempo, che lui trattava con un piglio padronale e amichevole nello stesso tempo, e che gli erano affezionati davvero.

Anche i nostri contatti si erano diradati: io avevo trovato una collaborazione con altri amici, poi avevo scelto il ruolo di consulente di alcune amministrazioni pubbliche del Nord, che mi avrebbero portato fuori dall’università e fuori Roma. Quando ci rivedevamo lo trovavo deluso e riservato. Mi ha colpito, una volta, una sua frase durante una visita a cena nella sua casa degli anni trenta a via Lima; le sue tre figlie erano riunite in una stanza e gli ho detto che sembravano un gruppo di altri tempi, come nelle vecchie fotografie; mi ha risposto che ne era molto contento, perché odiava tutto quel che era moderno (lui, che aveva indicato a tanti la via della vera architettura moderna).

Anche la nostra antica consuetudine di lavorare insieme per le organizzazioni culturali cattoliche ( appena laureati, nelle riunioni della cappella universitaria di Roma, negli anni sessanta, in un corso estivo dell’Università  Cattolica della Mendola, da cui è scaturito un corso di Urbanistica nella facoltà di Economia a Milano, che Michele ha puntualmente svolto fino alla fine, un estate in Olanda, per un convegno di un gruppo internazionale di laici; nell’Unione dei Tecnici Cattolici, al tempo del Piano di Roma) si era esaurita per il cambiamento delle circostanze generali e di quelle personali. Ha fatto parte negli ultimi tempi del gruppo romano della Lega Democristiana, quando io già abitavo nel Nord, ma aveva perduto l’entusiasmo in queste cose. Sapevo che non era felice, e anch’io come lui ho mandato continuamente una ripresa di contatto, facendo conto in un futuro indeterminato.Poi la sua morte improvvisa mi ha insegnato cheil futuro non è una riserva assicurata , ma ogni momento è un dono, da cogliere o da lasciare passare. La sua morte non ha fatto scalpore nel mondo della cultura, e questa è la misura del suo isolamento degli ultimi anni. Ma noi che lo abbiamo conosciuto più da vicino sappiamo che è scomparso uno dei più straordinari talenti dell’architettura italiana, e ci resta – oltre al dolore per un’amicizia troncata – il rimpianto di sapere perdute per sempre le capacità irrealizzate. Forse la sua sensibilità lo lasciava indifeso contro le durezze della vita e del lavoro, e allora si lasciava sconfiggere come agli esami di geometria descrittiva, da ragazzo. O forse le cose importanti non sono quelle che si vedono, e il ricordo di quanto gli dobbiamo ci fa intravedere un altro bilancio nascosto: quello con cui è stato sorpreso – di notte – dall’arrivo improvviso del padrone di casa della parabola.