Ph: Filiberto Galli

Dall'Agro Romano alla città moderna — contesto, progetto e dettaglio costruttivo

di Alessandra Ravaglia

Fra il 1960 e il 1964, l’architetto Valori progettò per la Cooperativa Poggio Ameno due edifici collocati in lotti vicini all’interno di un più ampio piano di lottizzazione di zona, che prevedeva la creazione di edifici a uso residenziale. Si tratta di abitazioni destinate prevalentemente al ceto medio e popolare, secondo le logiche insediative tipiche della crescita urbana romana del secondo dopoguerra. Il primo edificio, originariamente identificato come lotto B10, si trova in via Accademia dei Virtuosi e presenta un impianto progettuale più semplice e lineare; mentre il secondo, corrispondente al lotto C18 e oggetto della trattazione è situato su via Vittore Carpaccio e sviluppa invece una soluzione architettonica più articolata.

Fino ai primi decenni del Novecento, quest’area periferica di Roma si caratterizzava per un assetto prevalentemente agricolo e scarsamente urbanizzato. Il territorio rientrava infatti nell’Agro Romano, il vasto sistema di campagne, tenute agricole e pascoli che storicamente circondava la città. Una testimonianza di questa matrice rurale è ancora leggibile nella grande tenuta prospiciente l’edificio di via Vittore Carpaccio, che si estende fino ai margini del Parco dell’Appia Antica.

Una prima significativa trasformazione infrastrutturale dell’area avvenne nel 1937 con la realizzazione della via Cristoforo Colombo, asse di scorrimento veloce promosso dal regime fascista per collegare il centro di Roma con il sito destinato all’Esposizione Universale del 1942 (E42), oggi corrispondente al quartiere EUR. Tale infrastruttura rappresentò un elemento determinante per l’apertura urbanistica del settore sud-occidentale della città, favorendo progressivamente processi di edificazione e trasformazione territoriale.

La definitiva destinazione dell’area a espansione residenziale fu sancita dal Piano Regolatore Generale di Roma del 1962 a cui lavorò lo stesso Valori, che individuò questo quadrante come uno dei principali ambiti di crescita urbana della capitale. Fu proprio nel corso degli anni Sessanta che si avviò un’intensa stagione edificatoria, caratterizzata dalla costruzione di complessi residenziali.

Palazzina Michele Valori in via Vittore Carpaccio

L’edificio, progettato nel 1964, si configura come una palazzina ad impianto tipicamente romano: un volume compatto di cinque piani organizzato attorno ad una corte centrale di distribuzione, cuore creativo e particolarità più interessante di questo progetto. A una prima osservazione, l’architettura appare misurata e ordinata definita da un linguaggio compositivo sobrio e da un’attenta cura costruttiva. Un’osservazione più attenta rivela una serie di elementi capaci di raccontare quelli che sono alcuni dei temi ricorrenti e più importanti dell’architetto.

In primo luogo si può notare come volume negli angoli si articola in corpi emergenti di maggiore altezza che, per la loro compattezza, assumono una configurazione assimilabile a quella delle torri. Tali elementi evocano il lessico dell’architettura fortificata e richiamano, in forma astratta, l’immagine del castello o della roccaforte. Questa suggestione è ulteriormente enfatizzata dal disegno del cornicione inclinato, che sembra reinterpretare il profilo delle merlature in chiave semplificata e moderna.

Sono questi rimandi alla tradizione architettonica italiana che dimostrano il radicamento dell’architetto alla storia italiana e alla sua ricerca, soprattutto declinata nel tema della casa, di uno spazio all’italiana, legato al modo unico di vivere italiano. Questo legame strettissimo con la storia lo possiamo notare anche nel rivestimento di pannelli in calcestruzzo alleggerito che richiama la lavorazione del coccio pesto tipico degli edifici dell’antica Roma, utilizzate precedentemente da Franco Albini e Franca Helg nell’edificio della Rinascente a Piazza Fiume.

Sulla facciata principale vediamo, invece, una soluzione tipo “bow window” tipica del linguaggio dei paesi nordeuropei che fanno sporgere dal filo della facciata dei volumi finestrati per poter intercettare più luce per gli ambienti di rappresentanza della casa (sala da pranzo/salotto). Mentre sull’altra facciata vediamo un’articolazione più complessa della facciata che genera delle finestre più strette che corrispondono ai locali che necessitano di più privacy. È chiaro il legame fra interno ed esterno, difatti già osservando la scansione delle finestre dall’esterno è possibile una lettura dello spazio interno.

 Il tema dello “snodo” è molto presente nella ricerca architettonica di quegli anni, ma soprattutto da parte di Valori che sperimenta e inventa diverse maniere di connessione verticale fra i vari piani degli edifici e di distribuzione degli appartamenti. Nel 1949 durante la progettazione del quartiere INA-casa Tiburtino inventa lo “snodo Valori” sistema di tre volumi disposti a trifoglio attorno ad una scala triangolare, questa idea proviene probabilmente da una rilettura della casa a stella nel quartiere residenziale Gröndal a Stoccolma, degli architetti Sven Backström e Leif Reinius. Ma mentre gli architetti svedesi si limitano ad occupare un angolo dello snodo triangolare con la scala e il resto viene lasciato a pianerottolo di distribuzione degli appartamenti, Valori aggiunge un livello di complessità, egli progetta lo snodo in modo che su ogni lato del triangolo ci sia un appartamento e una rampa di scale, avendo così ogni alloggio un piano di ingresso differente, guadagnando molto in identità e privacy.

 Nella palazzina a Poggio Ameno la ricerca architettonica sul tema dello snodo centrale di distribuzione diventa il cuore pulsante e creativo del progetto, dove due scale “gemelle” elicoidali vengono investite da una luce zenitale proveniente dall’apertura della corte. Questa apertura in origine doveva esporre agli agenti atmosferici la parte centrale della corte interna, allo scopo di irrigare la vasca centrale della corte, proprio come l’impluvium delle domus romane, ma oggi per convenienza è stata protetta da una copertura trasparente.

Le scale vengono realizzate in acciaio con struttura portante costituita da cosciali laterali in acciaio, dello spessore di 2 cm, sagomati a caldo e dell’esatta altezza dell’interpiano. La progettazione della struttura portante e di questi elementi metallici avviene con un livello di approfondimento e di dettaglio straordinario testimoniato dai documenti di progetto presenti nell’archivio online del MAXXI, dove si trovano infatti i dettagli costruttivi della scala con un disegno particolare dell’aggancio fra la balaustra del parapetto e il cosciale della scala.

Nel complesso, l’edificio rivela una complessità che supera la sua apparente misura formale. Dietro l’immagine di una palazzina residenziale ordinata si dispiega infatti una riflessione più articolata sul tema dell’abitare, in cui impianto distributivo, trattamento della luce e articolazione volumetrica concorrono a definire uno spazio profondamente legato alla tradizione architettonica italiana, pur reinterpretata attraverso un linguaggio moderno.

 Bibliografia

V. Lupo (a cura di), Michele Valori Architetto- l’opera, il pensiero, l’archivio, in M. Guccione (a cura di), Quaderni del Centro Archivi del MAXXI Architettura, Edizioni MAXXI, Roma, 2022.

M. Guccione, V. Tonelli, Michele Valori. Taccuini di architettura, Gangemi Editore, Roma, 2013